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L’Europa è il nostro futuro

Il documento proposto dagli europarlamentari dem ai candidati alla  segreteria e presentato durante la Convenzione nazionale del Partito democratico.
 
Come ogni altro Paese europeo, l’Italia senza l’Europa sarebbe più debole, esposta e alla mercé delle nuove grandi potenze protagoniste del mondo di oggi; così in movimento e conflittuale.
 
L’Europa ha garantito dalla Seconda guerra mondiale la pace e ha difeso e sviluppato il nucleo più vitale della sua civiltà; che per tanti secoli ha prodotto pensiero, cultura, arte, valori e la fiducia nelle capacità delle singole persone di progettare il futuro e di migliorare la propria esistenza. L’Europa, tra liberismo e comunismo storicamente realizzato, ha costruito un modello sociale ispirato alla sintesi tra libertà e giustizia. Ha rappresentato con il suo compromesso sociale un approdo positivo ed un esempio per tanta parte dell’umanità.
 
A Londra, in Ungheria, in Polonia, nei Paesi al di fuori dell’Unione, ovunque vengano calpestati i diritti, le giovani generazioni hanno alzato la bandiera europea.
 
Erano giovani Antonio Megalizzi e Barto Pedro Orent-Niedzielski europeisti convinti caduti nell’attentato di Strasburgo.
Era giovane Valeria Solesin, ricercatrice alla Sorbona, uccisa nella strage del Bataclan. Era europeista Pawel Adamowicz, il tanto amato sindaco di Danzica barbaramente ucciso, che si batteva contro il governo nazionalista della Polonia.
Non dobbiamo tradire questa nuova generazione che si sente cittadina europea, non dobbiamo tradire le sue aspettative.
 
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Solo un’Europa più unita, più forte, più autonoma nella sua collocazione geopolitica può svolgere un ruolo di equilibrio in un mondo che da multipolare si sta trasformando in un mondo frammentato e aspramente diviso.
 
Invece i sovranisti e i populisti, a fronte del disagio di tanti cittadini europei, vogliono distruggere l’Europa; portandoci nel caos e in un vicolo cieco.La storia europea, nei suoi momenti migliori, si è fondata sull’intreccio, il dialogo, la collaborazione, lo scambio spirituale ed economico tra etnie diverse e patrie diverse.
 
Le chiusure nazionalistiche, tanto più oggi, in un mondo globalizzato, oltre a essere un’illusione sono una sciagura. I sovranisti europei tentano di costruire improbabili alleanze. Ma, di fronte ai fatti, ognuno non può che praticare, in una logica nazionalista, l’egoismo e la contrapposizione. Di fronte anche alle emergenze italiane, sono proprio i nazionalisti ungheresi e polacchi a non porgere una mano e ad attaccare l’Italia.
 
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Se l’Europa è il nostro futuro e il nostro destino e se va difesa con uno spirito vigile ed orgoglioso, essa va, tuttavia, profondamente cambiata. Per respingere l’attacco populista e per darle una sua nuova missione nel mondo. Ciò che serve è un’Europa leggera nella regolamentazione, rispettosa del principio di sussidiarietà e sovrana nelle materie propriamente federali: politica estera, di difesa e di sicurezza, politica monetaria, sociale ed economica comuni, un bilancio adeguato per la zona euro.
 
In particolare dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, le condizioni reali dei cittadini europei si sono aggravate. La crescita ha stentato rispetto a molti altri continenti e in alcuni Paesi si è fermata o è addirittura tornata indietro. Sono aumentate le disparità, i ceti medi e quelli poveri hanno subito colpi tremendi; le sacche di emarginazione si sono in molte parti consolidate. Come nel Mezzogiorno d’Italia.
 
Per questo occorre che il voto del 26 maggio dia una grande spinta a un processo di rifondazione europea, circa le sue politiche e il suo assetto democratico e istituzionale; che metta al centro la vita delle persone e la missione storica di umanizzare e rendere più giusta la globalizzazione.
 
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Occorre intervenire su quattro grandi questioni irrisolte che pesano negativamente sulla vita dell’Unione. Una questione politica: negli anni passati e, in particolare, durante la conduzione moderata e di destra della Commissione Barroso sono state imposte politiche di austerità. Ciò ha provocato grandi sofferenze sociali. Basti pensare alla drammatica vicenda della Grecia.
 
Non bastano le autocritiche postume, anche quella pur autorevole di Juncker, e le importanti correzioni realizzate anche su nostro impulso durante questa legislatura. Occorre che nel prossimo Parlamento europeo prevalga una maggioranza che sostenga politiche economiche più espansive superando la linea economica e finanziaria ristrettiva e in grado di mettere in campo investimenti nelle grandi infrastrutture transnazionali, nello sviluppo tecnologico, nell’innovazione, nella ricerca, nella scienza; per aprire più opportunità nello spazio europeo della educazione, cultura e cittadinanza; per correggere gli squilibri derivanti da una moneta senza governo; per l’occupazione della gioventù, per la giustizia sociale e a sostegno delle aree geografiche più bisognose; per standard sociali minimi in tutto il Continente, per il superamento di una insopportabile disparità ancora presente tra i redditi delle donne e quelli degli uomini.
 
La battaglia per conquistare spazi e risorse per una linea espansiva deve essere finalizzata ad uno sviluppo sostenibile di qualità, ecologico ed equilibrato. I governi di centrosinistra di Renzi e Gentilonihanno impostato i primi passi di una inversione di tendenza. Sono stati raggiunti parziali ma importanti risultati. Si è introdotta la flessibilità nel patto di stabilità, si è realizzata da parte della BCE una politica monetaria antirecessiva e abbiamo conquistato condizioni favorevoli per il finanziamento del nostro debito pubblico. Si potrebbe continuare nell’elenco delle importanti conquiste ottenute grazie all’iniziativa del Gruppo S&D e in particolare della delegazione del Pd al Parlamento europeo: dalla lotta all’elusione fiscale agli investimenti per la crescita e lo sviluppo, dal contrasto al dumping sociale alla tutela del made in Italy, dal piano per gli investimenti per l’Africa al servizio civile europeo e alla “garanzia per i bambini” e la lista potrebbe continuare a lungo.
 
Ma ciò non è sufficiente. Occorre una svolta profonda che chiuda definitivamente con la stagione dell’austerità e consenta di affiancare alla moneta unica un vero governo economico europeo orientato allo sviluppo, alla sostenibilità, alla coesione e all’emancipazione sociale.

C’è, poi, la questione democratica. L’Europa è avvertita lontana e complicata nei suoi meccanismi istituzionali e di decisione, troppo oscuri agli occhi dei cittadini. Spetta a noi difendere e rafforzare le prerogative del Parlamento europeo, valorizzare il suo ruolo di rappresentanza diretta dei cittadini europei e di colegislatore, contrastare il metodo intergovernativo, fonte di veti, ritardi e del prevalere di uno spirito di scissione dei vari Stati. Per noi la scelta deve essere chiara. Parlamento e Consiglio devono essere sullo stesso piano, e il voto dei cittadini alle elezioni europee deve essere anche un voto per il governo dell’Europa. Oggi attraverso l’elezione di un Presidente della Commissione scelto da una chiara maggioranza parlamentare, domani con la sua elezione diretta. Occorre sviluppare partiti, associazioni, un dibattito pubblico, sindacati a dimensione transnazionale, con l’autorevolezza di rappresentare a livello del governo europeo le esigenze della società.
 
Infine l’Europa ha un problema circa il suo ruolo nel mondo. La sua collocazione geopolitica è debole e confusa. Con la vittoria di Trump ha perso un interlocutore importante al di là dall’Atlantico. La Russia le è avversa. Dall’Africa giunge l’impatto di conflitti che non abbiamo l’autorevolezza e la capacità di ricomporre. Il mondo asiatico in parte ci ignora e in parte ci insidia. Dobbiamo avere l’obiettivo di svolgere un ruolo positivo in tutte le direzioni, che si può fondare solo su una maggiore credibilità e una maggiore forza e potere, democratico e riconosciuto.
 
Le questioni indicate hanno bisogno da subito di un potente processo di integrazione delle politiche europee. Occorre una difesa comune. Un bilancio comune molto più rilevante dell’attuale 1% del Pil dell’Unione e una medesima fiscalità. Occorrono criteri condivisi e certi nella ridistribuzione dei migranti, per la loro legalizzazione e integrazione nelle nostre società. Occorre una collaborazione aperta e strettissima nel campo della sicurezza, della ricerca, della scienza e dello sviluppo tecnologico. Sono indispensabili politiche sociali generose e di reciproca solidarietà, a partire da un ammortizzatore sociale europeo, che alla lunga siano un vantaggio per tutti, rendendo l’Europa più armonica, produttiva e coesa.
 
È decisiva una politica estera comune che faccia parlare l’Europa al mondo con una sola voce. Tale integrazione deve privilegiare il metodo comunitario ma non deve consentire a nessuno potere di veto, e dove necessario può partire da subito attraverso la cooperazione rafforzata dei Paesi già pronti per un livello più alto di unità.

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Il partito democratico deve essere il motore di questa riscossa europeista, allargando il campo a tutte le energie disponibili sulla base di un programma avanzato di rilancio e di cambiamento dell’Europa. La sua ispirazione unitaria, che unisce la tradizione cristiana così partecipe dei destini delle persone in carne ed ossa e l’umanesimo integrale proprio della migliore tradizione della sinistra italiana e del pensiero laico e radicale, fanno del Pd la forza che impianta le sue radici proprio nel nucleo più vitale dell’intera storia europea.

Le prossime elezioni saranno decisive. Avranno un peso storico. Saranno il bivio tra la possibilità di un’Europa rinnovata o la sua disintegrazione. Le forze che intendono distruggere e divaricare sono alacremente all’opera. In Italia, in forme diverse, la Lega e i 5Stelle vogliono farci sprofondare nella parte più arretrata, conservatrice e ottusa del nostro Continente.

È impressionante come esse su tutto siano divise. Litigano su ogni provvedimento, tranne che unirsi per far danno al Paese. Neppure sulla politica estera riescono a trovare un compromesso. Sulla crisi del Venezuela, tra Maduro e Guaidò, stanno offrendo uno spettacolo penoso agli occhi di tutto il mondo.

Noi vogliamo, invece, rimanere nel gruppo dei Paesi che hanno fondato l’Unione e che oggi possono essere in grado insieme di accelerare il passo dell’unità politica e di riaccendere la speranza degli Stati Uniti d’Europa.

La delegazione del Pd al Parlamento europeo sottopone ai tre candidati segretari, che concorrono alle primarie del 3 marzo, questo documento, perché sia condiviso e fatto proprio e perché diventi la base comune della nostra iniziativa e del nostro programma per l’importante voto europeo del 26 maggio.
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